#7: Stephen King, It (1986)

Per l’idea della Holden’s List, cioè i 100 Grandi Romanzi Americani secondo me, leggi qui.

In Verdi colline d’Africa, tra il resoconto di una battuta di caccia in Africa orientale e una chiacchierata intorno al fuoco, Ernest Hemingway butta lì una frase destinata a diventare uno dei principali modelli interpretativi dello sviluppo dell’intera letteratura americana.

Tutta la letteratura americana moderna viene fuori da un libro di Mark Twain: Huckleberry Finn… è il nostro libro più bello, e tutto quanto è stato scritto in America viene di lì: prima non c’è niente e dopo niente che lo valga.

Con il tono netto e inappellabile di chi sta esponendo una verità che non richiede dimostrazione, Hemingway vuole isolare il romanzo di Twain da qualsiasi contesto, incoronarlo come una specie di idea platonica, un vertice ineguagliato e ineguagliabile. Ciò che invece fa (senza ancora poterlo sapere, nel 1935) è individuare in Huckleberry Finn il capostipite, se non proprio di tutta la letteratura americana moderna, senz’altro di un filone di titoli che, nei decenni successivi, avrebbero condiviso tutti l’identica urgenza di scrutare più a fondo possibile nell’ambigua e irrequieta linea di faglia posta a separare l’età dell’innocenza da quella dell’esperienza. Una genealogia letteraria ininterrotta che lega tra loro figure gemelle come Huck Finn e Holden Caulfield, si rinnova in complessità e in atmosfere in Harper Lee (Il buio oltre la siepe) o in Truman Capote (Altre voci, altre stanze), per esasperarsi fino al parossismo nel Bret Easton Ellis di Meno di zero (e, anche, annacquarsi talvolta in sfibrati tentativi di aggiornamento, come il più recente Ruggine americana di Philip Meyer).

Un unico romanzo, però, è riuscito ad attingere all’essenza della storia di Twain mantenendo inalterata la purezza dell’archetipo e al tempo stesso ampliandone il nucleo, integrandovi nuovi temi e nuove ossessioni, o meglio risvegliandole, come demoni addormentati che attendevano solo il momento giusto per riemergere alla luce: It, il monumentale capolavoro di Stephen King. Un romanzo a cui, non a caso, si adattano perfettamente le stesse parole che Leslie Fiedler, in Amore e morte nel romanzo americano, riferisce proprio a Huckleberry Finn:

Se… Huckleberry Finn è il più grande dei libri sull’infanzia, lo è perché esprime, con la franchezza e la disperata ilarità di un bambino, una duplice verità… cioè, che è proprio meraviglioso ricordare l’infanzia, e che, tuttavia, non possiamo ricordarla senza scoprire a noi stessi le radici di quello stesso terrore che, nell’età adulta, ci ha spinti a evocare nostalgicamente quel passato.

Parole che, quasi a chiusura del cerchio, riecheggiano pressoché identiche nella mente di Bill Denbrough, il leader dei Perdenti in It, una mattina felice in cui, risvegliatosi da un sogno che non riesce più a ricordare, si ritrova a pensare che

è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim’ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta.

“Quasi” ricorda. Di tutte le infinite letture a cui il capolavoro di King si presta, nessuna può prescindere dal seguire il filo rosso che percorre dall’inizio alla fine l’intero romanzo: il tema della memoria, tra perdita, negazione e rievocazione. Bill Denbrough dimentica il suo sogno come in passato ha dimenticato molte altre cose. Non ricorda, per esempio, che da bambino balbettava. Non ricorda che Georgie, il suo fratellino minore, è stato ucciso un pomeriggio di ottobre del 1957, mentre giocava per le strade allagate di Derry, nel Maine, con una barchetta di carta che lui stesso gli aveva costruito; ucciso da qualcuno, o qualcosa, che gli ha strappato di netto il braccio sinistro. In realtà non ricorda nemmeno Derry, né i suoi amici, i Perdenti, con cui trascorse, nel 1958, l’estate più importante della sua vita. Soprattutto, non ricorda It. È come se Bill Denbrough (al pari dei suoi amici) non sapesse di essere stato anche lui, una volta, un bambino. Finché nel 1985 Mike Hanlon, l’unico dei Perdenti a essere rimasto a Derry e a ricordare qualcosa, un giorno alza il telefono per richiamarli tutti. È ricominciata, i Perdenti devono mantenere il giuramento fatto ventisette anni prima: uccidere It.

Prima però devono ricordare: guardare indietro per poter di nuovo guardare avanti. Forse ancor più della battaglia finale con il mostro nascosto nelle viscere di Derry, l’esigenza di ricucire lo strappo della memoria che separa il 1958 (l’età dell’innocenza) dal 1985 (l’età dell’esperienza) è la vera avventura vissuta da Bill Denbrough e i suoi amici. Un’avventura che li porterà a ritrovarsi tutti insieme per condividere i pezzi di un puzzle andato in frantumi di cui ognuno di loro conserva solo alcuni tasselli, riassemblandoli con l’aiuto dell’arma più potente a loro disposizione: la potenza creatrice del racconto. E questa è la prima, grande intuizione alla base di It.

King sa benissimo che le migliori storie del terrore sono quelle che ci raccontiamo a vicenda di notte, intorno al fuoco, per tenere il buio lontano dal cerchio di luce ed esorcizzare la morte. Forse per questo organizza il romanzo come un gigantesco contenitore di storie: una sequenza ordinata di ricordi personali, ricerche storiche e racconti reciproci, che si succedono l’uno all’altro approfondendosi e completandosi tra loro. A differenza dei racconti intorno al fuoco, però, in questo caso i protagonisti sono gli stessi narratori. La struttura che ne deriva è complessa e ramificata e si sorregge su un principio che fonda la maggior parte della narrativa kinghiana: la potenza salvifica del racconto come autentica forza motrice di ogni azione e cuore pulsante di ogni credenza.

Al pari di Shahrazad ne Le mille e una notte, Bill Denbrough e i suoi amici si mantengono vivi raccontando, riscoprendo la propria infanzia smarrita nei ricordi reciproci e richiamando al presente i segreti di quelle estati eterne in cui tutto era possibile grazie al potere della fantasia fondata sulla fede, alla capacità di credere alla magia rendendola reale. Quei segreti gioiosi e terribili che, crescendo, i Perdenti avevano rimosso rendendosi involontariamente incompleti e che ora, finalmente ricongiuntisi, dissotterrano un frammento dopo l’altro, un racconto dopo l’altro. Il tutto accompagnato da King con una generosità di scrittura che, in mano ad altri, avrebbe prodotto una buona decina di romanzi.

Il risultato è una narrazione davvero totale, in cui King scava in ogni più nascosto recesso delle vite passate e presenti dei suoi personaggi (protagonisti, comprimari o semplici figure di contorno, senza distinzione di importanza), senza trascurare nessun dettaglio, nessuna motivazione. La corrente del racconto di King si dirama inarrestabile in mille direzioni per abbracciare, semplicemente, tutto. Intrecciando ogni singolo dettaglio, dando uguale dignità e concretezza a ogni figura in azione sul palcoscenico, ristretto ma universale, di Derry, King mostra che non si può comprendere veramente nessun aspetto del reale, nessun momento specifico dell’eterno divenire storico, finché non si arrivano a conoscere le vie sotterranee e imprevedibili che connettono quel singolo aspetto al cosmo di eventi e ragioni che l’ha determinato. L’effetto è quello che Mike Hanlon, nel corso delle sue ricerche storiche su Derry, annota nel suo diario:

È nel Signore degli Anelli, mi pare, che un personaggio dice che “si va di sentiero in sentiero”; che cioè si può partire da un posto non più fantastico della porta di casa propria per raggiungere il marciapiede e da lì si può andare… be’, ovunque. Lo stesso è per le storie. Una storia porta a un’altra e poi a un’altra ancora e così via e forse si procede nella direzione desiderata, ma forse no. Forse alla fine conta più la voce che narra delle storie in sé.

Gli infiniti sentieri dei racconti di It tracciano così una rete articolatissima di relazioni umane e piani temporali continuamente coincidenti e sovrapposti, attraverso i quali il romanzo si muove seguendo una traiettoria all’apparenza anarchica, ma in realtà controllatissima, quasi geometrica. Alternando un tempo lineare brevissimo (la riunione dei Perdenti nel 1985 prima dello scontro finale) alla ricostruzione paziente e metodica di un “sommerso” immensamente più ampio ed esteso, King finisce per riportare in vita non solo il tempo ritrovato dei Perdenti, con la serie di eventi che portarono al primo scontro con It nell’estate del 1958, ma l’intera storia di Derry, passando attraverso tutti i cicli di morte perpetrati da It nei secoli, fino alla fondazione stessa della città nel XVIII secolo. Ciò che emerge dagli abissi del tempo è una sequenza ininterrotta di fatti storici contrassegnati da odio, violenza, indifferenza e intolleranza, che si ripetono ogni quarto di secolo circa al riparo di una cortina di silenzi tanto impenetrabili e colpevoli da riuscire a cancellarne quasi del tutto il ricordo. Proprio come i membri del club dei Perdenti, anche Derry ha smarrito (e continua periodicamente a smarrire) la memoria del suo passato, insieme all’evidenza del male atavico che la pervade covando sotto la città. Dentro la città.

Perché, al di sotto di tutte le multiformi sembianze con cui Pennywise il clown occulta la sua indicibile essenza, It è Derry e Derry è It. E questa è la seconda, sostanziale intuizione di King.

Vedete, ho cominciato a pensare che It è insediato qui da tanto tempo che, qualunque cosa sia, è ormai diventato parte di Derry, ne è diventato una caratteristica come la Cisterna o il Canale, o il Bassey Park o la biblioteca. Salvo che nel suo caso, la sua presenza non è una questione di ubicazione geografica. Forse lo è stato una volta, ma adesso It è… dentro. Si è fatto assorbire. Solo così si può trovare un senso logico per tutti i terribili fenomeni che si sono verificati qui, quelli nominalmente spiegabili e quelli assolutamente inspiegabili.

Pur ospitando al suo interno una specie di millenaria divinità lovecraftiana dotata di poteri psichici che si risveglia ciclicamente per nutrirsi dei suoi abitanti, l’immaginaria cittadina del Maine non offre quasi nulla di inconsueto agli occhi di un qualsiasi visitatore occasionale. Nella sua apparentemente irrilevante ordinarietà, Derry non sembra distinguersi da qualsiasi altra cittadina di media grandezza e relativa prosperità tra le migliaia che punteggiano la provincia americana, letteraria e non. Unica anomalia, il tasso di crimini e delitti che la caratterizza, insolitamente alto anche al di fuori dei periodi di veglia di It.

È semplicemente una media città abbastanza fiorente in uno stato relativamente poco popoloso, dove accadono brutte cose troppo spesso… e dove si scatena la ferocia ogni quarto di secolo circa.

In questa prospettiva, l’analisi della banalità del male che prospera, anche se in modo più “esuberante” che altrove, a Derry si presenta come il punto di convergenza di una serie di temi e convinzioni incastonati al cuore della narrativa kinghiana fin dai suoi esordi, e di cui It costituisce la sintesi perfetta. Nel 1986, l’anno della pubblicazione di It, King ha già scritto tre dei suoi romanzi più importanti: Carrie (1974), Le notti di Salem (1975) e Shining (1977). Letti in sequenza, formano una specie di trilogia ideale che scoperchia e analizza le laceranti contraddizioni annidate tra le pieghe delle tre istituzioni fondanti del vivere civile: Famiglia, Scuola e Comunità.

In Carrie (1974), King ricrea la tipica scuola di provincia che coccola ed esalta bellezza e successi sociali dei suoi Bulli e delle sue Pupe, sacrificando volentieri debolezze e diversità dei ragazzi meno popolari, escludendoli dalle cerchie “giuste” e gettandoli in pasto a violenze e angherie. Ne Le notti di Salem, il nucleo narrativo è costituito, più e prima dei vampiri, dalla circostanza che “il paese conosce la tenebra”: ideale banco di prova di Derry, la cittadina di Salem’s Lot è un bacino di coltura di disagio socio-culturale, violenze domestiche, intolleranze, malignità, invidie e connivenze omertose, che sotto la tranquilla superficie di una noiosa routine provinciale ribollono in una sentìna di vizi e peccati. In Shining (1978) sulla scena c’è una famiglia disfunzionale divisa tra dipendenze, frustrazioni, complessi di inferiorità e ricatti emotivi, alle prese con le proprie inadeguatezze e pulsioni autodistruttive, che inevitabilmente arrivano al punto di non-ritorno appena crolla l’ultima diga psicologica posta ad arginare la piena.

I tre contesti, che nella narrativa kinghiana costituiscono gli ingredienti tipici delle piccole comunità di provincia, in It si sommano e fondono insieme, generando inevitabilmente l’humus ideale per l’identificazione completa di It con Derry.

I Perdenti che, ognuno caratterizzato da uno specifico handicap sociale o fisico, diventano il bersaglio prediletto dei bulli della scuola, il folle Henry Bowers e la sua cricca.

Famiglie con genitori o partner violenti (il padre e il marito di Beverly Marsh hanno più di un tratto in comune con Jack Torrance, con la loro malintesa nozione di educare a suon di botte) o anaffettivi (come il padre e la madre di Bill, caduti in catalessi emotiva dopo la morte di George) che, quando non si limitano a ignorare i figli, intervengono nella loro crescita perlopiù tramite percosse o sarcasmo.

E poi Derry, con la sua storia secolare di razzismo, prevaricazioni, esplosioni di brutalità verso i deboli e i diversi. Una città popolata di mostri anche al netto dell’influenza di It: persone normali preoccupate di livellare ogni diversità, distruggendo tutto ciò che è altro da loro in nome di un conformismo sociale che punta alla sopravvivenza esclusiva di se stessi e dei propri “pari”. Individui corazzati di arroganza, superiorità e crudele piccolezza che, appena il tessuto ordinario della realtà è prossimo al calor bianco, si mettono subito in moto per innescare un’inestinguibile miccia di scelte sbagliate e deprecabili conseguenze che finiranno per accartocciarlo e incendiarlo definitivamente, facendo subentrare l’orrore. Preparando la strada a It.

“Derry…”
“Cosa?”
“Derry non è giusta, vero?”
[…]
“Alludi alle storie spiacevoli che potresti sentire, o a quelle che già conosci? Ci sono sempre storie spiacevoli. La storia di una città è come una vecchia, grande villa, tutta stanze e ripostigli e saliscendi e soffitte e ogni sorta di strambi piccoli nascondigli… per non parlare di un passaggio segreto o due. Se andra esplorando Villa Derry, troverai ogni genere di cose. Sì. Potrai pentirtene dopo, ma le troverai, e quando una cosa è stata trovata, non la si può ignorare, no?”

In un sistema sociale così strutturato, che li condanna a essere sempre le persone sbagliate nel posto sbagliato in qualunque contesto, l’azione dei Perdenti contro It non può che procedere per reazione: alle spinte dominanti che fanno da sostrato all’esistenza quotidiana della città (soprusi scolastici, prevaricazioni familiari, intolleranza della città per il diverso,) Bill e i suoi amici replicano ogni volta esercitando forze uguali e contrarie.

Così, al silenzio omertoso con cui gli abitanti di Derry si sforzano di seppellire tutto il male del passato e del presente il Club dei Perdenti reagisce ricongiungendosi alla propria infanzia dimenticata attraverso il potere rigeneratore della memoria e del racconto, riportando in vita, da adulti, con la parola la forza di quella fede e di quell’innocenza primigenie che li avevano aiutati a sopravvivere all’eterna estate da undicenni del 1958.

Allo stesso modo, contro l’esclusivismo, l’allontanamento del diverso, la volontà di annientamento di qualsiasi forma di solidarietà umana nei confronti dei più deboli, dei più sfortunati, degli emarginati, il puritanesimo ipocrita e la mediocre meschinità che alimentano (essendone a loro volta alimentati) il male oscuro nascosto sotto la città, Bill Denbrough e i suoi amici si uniscono in un cerchio magico fatto di amicizia, lealtà, comunanza di affetti e di intenti e incrollabile sostegno reciproco che costituiscono gli anticorpi indispensabili alla degenerazione di una comunità in una confraternita sacrificale.

Non sempre il gioco funziona, dev’esserci volontà di guarire da entrambe le parti. Derry non sopravvive alla morte di It, avviandosi a consumarsi lentamente con lui senza speranza di rinascere in una nuova forma. I Perdenti invece sì, anche se non tutti. Ritto sui pedali di Silver, la mastodontica bicicletta con cui da ragazzino sfrecciava per le vie della città, Bill Denbrough sogna di guardare per l’ultima volta strade, facce e palazzi che si appresta a lasciare, stavolta per sempre, e si concede un ultimo pensiero rivolto a chi, in un modo o nell’altro, non è più. Compreso se stesso.

Parti e parti in fretta quando il sole comincia a scomparire, pensa in questo sogno. Ecco che cosa fai. E se ti dai tempo per un’ultima riflessione, forse è per dedicarla a dei fantasmi… i fantasmi di alcuni bambini fermi nell’acqua al tramonto, in circolo, a tenersi per mano, giovani, senza incertezze, ma soprattutto risoluti… abbastanza risoluti da dare origine alle persone che saranno, abbastanza risoluti da capire, forse, che dalle persone che diventeranno dovranno necessariamente nascere le persone che sono state in precedenza prima di potersi rimettere a cercare di comprendere il semplice fatto della mortalità. Il cerchio si chiude, la ruota gira e altro non c’è.
Non c’è bisogno di girarsi a guardare indietro per vedere quei bambini; parte della mente li vedrà per sempre, vivrà per sempre con loro, li amerà sempre. Non sono necessariamente la miglior parte di noi, ma sono stati un tempo depositari di tutto ciò che saremmo potuti essere.

It non è solo un romanzo: è la vita stessa osservata nella sua irriducibile complessità, lungo quella sottile e pericolosa linea di confine che separa la luce dalla tenebra, i segreti temerari dell’infanzia e dell’adolescenza dagli oblii autoassolutorii dell’età adulta. Una linea tanto sottile e insidiosa che spesso chi la attraversa finisce per dimenticare persino che sia mai esistita. Insegnandoci a sconfiggere con il potere delle storie il mostro acquattato dentro di noi, Stephen King va oltre Twain: manda Huck Finn a scuola, lo fa crescere e poi lo riporta indietro ad affrontare i suoi demoni. Indicandoci con netta evidenza la posizione e l’estensione di quella linea, King ci dona la più plastica rappresentazione possibile della funzione stessa della letteratura e insieme canonizza il mito chiaroscurale di una provincia americana inerte e letale, in cui è sempre meglio non abbassare la guardia quando si scendono le scale di una cantina buia.

Le citazioni sono prese dalla traduzione di It di Tullio Dobner; Verdi colline d’Africa di Hemingway è citato nella traduzione di Attilio Bertolucci e Alberto Rossi (Einaudi, 1947), Amore e morte nel romanzo americano di Leslie Fiedler nella traduzione di Valentina Poggi rivista da Carlo Izzo (Longanesi, 1963)

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