#6: Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (1953)

Per l’idea della Holden’s List, cioè i 100 Grandi Romanzi Americani secondo me, leggi qui.

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bradbury

Cosa succederebbe se la ricerca della felicità, sancita dalla Costituzione Americana come uno dei diritti inalienabili dell’individuo, dovesse un giorno diventare un obbligo di legge? Se a ogni persona – uomini, donne, vecchi o giovani – fosse categoricamente proibito di provare sentimenti come la tristezza o la malinconia, di maturare in sé il pur minimo turbamento esistenziale, il dubbio più lieve, la più inconsapevole incertezza? Se l’esigenza di un’inesorabile, incrollabile, inattaccabile felicità fosse non l’orizzonte, ma la base stessa, obbligata e indiscutibile, dell’intera vita sociale nazionale? Pensateci un attimo: se tutti fossero ugualmente felici, ugualmente spensierati, ugualmente disinteressati verso qualsiasi tipo di pensiero critico con cui vagliare di volta in volta le proprie scelte e il proprio modo di vivere, ci sarebbe ancora spazio per la crescita personale dell’individuo, per lo sviluppo di identità e differenze, per l’armonia e la coesione sociali? Oppure a lungo andare la situazione comincerebbe a scricchiolare al punto da mettere in pericolo anche gli altri due diritti costitutivi del sistema sociale: la Vita e la Libertà?

Ora che è arrivato il momento di parlare di Fahrenheit 451, il sismografo che registra i picchi del nostro percorso attraverso i 100 Grandi Romanzi Americani impazzisce, perdendo del tutto il controllo dell’ago e tracciando freneticamente linee e angoli che sfuggono a qualsiasi possibile controllo magnetico. Perché con il romanzo di Bradbury non abbiamo solo tra le mani uno dei Grandi Romanzi Americani del XX secolo, ma direttamente una delle vette più alte della narrativa mondiale di tutti i tempi. Dando vita all’immagine simbolica dei pompieri che, invece di spegnere gli incendi, li appiccano per distruggere libri, giornali e ogni altro tipo di carta stampata posseduta da ribelli sovversivi, Bradbury ha creato una della più grandi metafore socio-politiche della civiltà occidentale: degna di stare per sempre lassù insieme a classici della distopia come 1984 di Orwell o Mondo nuovo di Huxley. E forse più ancora di loro, nel momento in cui Bradbury, lontano dalla complessa sistematicità teorica con cui Orwell giustifica ogni minimo dettaglio del suo mondo negativo, raggiunge con il suo romanzo la semplicità plastica e immortale del racconto mitico.

Fahrenheit 451 è infatti un romanzo di fantascienza che non si fa mancare nessuno degli elementi tipici di un futuro distopico tecnologicamente più avanzato del presente che vuole vuole rispecchiare per assurdo. Così ecco le macchine a reazione, i treni pneumatici sotterranei, i segugi robot, l’automazione domestica che permette di mangiare senza dover cucinare personalmente, le micro-radio da infilare nelle orecchie, i megaschermi televisivi che occupano intere pareti e così via. Tutto questo, però, è poco più che contorno narrativo. Il nucleo più autentico del romanzo di Bradbury non è la descrizione del fantascientifico progresso tecnologico raggiunto dalla società, ma il sovvertimento radicale del più antico fondamento da cui ogni civiltà trae origine: il fuoco. Storicamente l’elemento indispensabile per la costituzione della società umana, il fuoco diventa nel romanzo di Bradbury lo strumento centrale della distruzione dell’assoggettamento di quella stessa società. Il fuoco è una forza misteriosa e primigenia che riscalda e brucia, nutre e uccide, purifica e annienta. Dopo il fuoco, solo il nulla.

Che cos’è il fuoco? È un mistero. Gli scienziati ci dicono un monte di assurdità complicate relativamente a frizione e molecole. Ma non lo sanno realmente. La sua vera bellezza è nel fatto che il fuoco distrugge responsabilità e conseguenze. Un problema diventa troppo arduo? Presto, gettalo nelle fiamme e non se ne parli più.

E il mondo in cui Guy Montag vive e lavora come milite del fuoco di problemi ne ha un sacco. Retto da un Governo senza nome che ha soppresso la libera circolazione della carta stampata da abbastanza tempo da cancellare il ricordo di una situazione diversa dall’attuale, il mondo di Montag è popolato da individui anaffettivi e indifferenti, senza memoria del passato e senza interesse per il presente. La vita familiare è una routine inutile di sonno e veglia. Nessuno parla, nessuno ascolta. O meglio: tutti parlano, ma senza dire mai niente. Ognuno si limita a ripetere le stesse cose di cui parlano tutti: automobili, vestiti, televisione, musica fatta di rimbombi e clangori metallici senza costrutto, slogan pubblicitari. La più entusiastica forma di socialità consiste nel riunirsi nel salotto-tv (una stanza formata da quattro pareti che sono in realtà giganteschi schermi televisivi) ad assistere e commentare i litigi, le urla e le grida dei “parenti”: una “famiglia” fittizia composta da sconosciuti che passano le giornate a gridarsi frasi senza senso, nell’ipnotico divertimento generale del pubblico. Da qui probabilmente il colossale tasso di suicidi che affligge la società: quando qualcuno sbrocca, monta in sella alla sua macchina a reazione e corre a velocità folle per il centro abitato, fino a schiantarsi da qualche parte. Oppure si getta dalla finestra, o si dà fuoco. È uguale, tanto a nessuno interessa. Persino della guerra imminente e dei bombardieri atomici che ogni notte fanno tremare le mura delle case si parla come se fosse uno spettacolo di cabaret.

Come si è arrivati a una situazione del genere?

Non è stata colpa del Governo: quello è venuto dopo. E nemmeno del fuoco: quello addirittura è venuto per ultimo. Al contrario di quanto avviene nella maggior parte delle distopie, in Fahrenheit 451 l’istituzione di un Governo totalitario è quasi l’atto finale di un dramma che trova la sua principale forza motrice in un altro elemento: il popolo stesso. Proprio qui sta la potenza innovatrice del capolavoro di Bradbury: la distruzione della società presentata come la conseguenza estrema dell’evoluzione naturale della società stessa. Nel mondo di Montag i libri vengono dati alle fiamme, ma decenni prima è stata la stessa società a ripudiarli. Testi lunghi e complessi, articoli profondi e difficili accantonati in favore di un’informazione più sintetica, immediata, diretta: l’Amleto riassunto in una pagina, una notizia condensata in un titolo. Un mondo sempre più veloce e avanzato richiede informazioni e dati sempre più veloci; i libri invece richiedono tempo, attenzione, concentrazione. Perciò via tutto. Non è meglio la televisione? Almeno in tv ci sono persone reali; nei libri non c’è nessuno, è tutto inventato, tutto contraddittorio. Senza contare che i libri danno sempre fastidio a qualcuno: neri, ebrei, fumatori, grassoni; così si cominciò a scriverne sempre meno per non dare fastidio a nessuno. E poi tutto il tempo risparmiato si può impiegare giocando a carte, a football, correndo in macchina, guardando spettacoli di pagliacci, stordendosi con la musica. Quando il Governo ha istituito le milizie del fuoco, come spiega il capitano Beatty a un Montag in piena crisi esistenziale, la gente aveva già fatto da sola il grosso del lavoro.

Ecco, ci siamo, Montag, capisci? Non è stato il Governo a decidere; non ci sono stati in origine editti, manifesti, censure, no! Ma la tecnologia, lo sfruttamento delle masse e la pressione delle minoranze hanno raggiunto lo scopo, grazie a Dio! Oggi, grazie a loro, tu puoi vivere sereno e contento per ventiquattr’ore al giorno, hai il permesso di leggere i fumetti, tutte le nostre care e vecchie confessioni con i bollettini e i periodici commerciali.

Ed ecco la chiave: la felicità. Tutti vogliono essere felici, no? E il modo migliore per essere felici non è forse non avere pensieri? È il lato oscuro della “spensieratezza”. Il problema è che i libri fanno venire un sacco di pensieri. Dubbi, problemi, incertezze, esitazioni, contraddizioni. Con tutte le loro ideologie distorte e fuori moda, le discussioni tra filosofi su problemi astratti, le liti tra pensatori, poeti, romanzieri. Se esiste un ostacolo alla felicità, be’, quell’ostacolo sono proprio i libri.

Domàndatelo anche tu: che cosa ci preme, in questo paese, avanti e soprattutto? Gli esseri umani vogliono la felicità, non è vero? Non è quello che sentiamo dire da quando siamo al mondo? Voglio un po’ di felicità, dice la gente. Ebbene, non l’hanno forse? Non li teniamo in continuo movimento, non diamo loro ininterrottamente svago? Non è per questo che in fondo viviamo? Per il piacere e i più svariati titillamenti? E tu non potrai negare che la nostra forma di civiltà non ne abbia in abbondanza, di titillamenti…

Certo, la felicità obbligatoria raggiunta grazie all’eliminazione dei libri ha degli svantaggi. La gente, per dirne una, non prova più sentimenti. Tutti se ne fregano di tutto e tutti. Non hanno quasi nessun ricordo di niente: Montag e sua moglie Mildred non riescono nemmeno a ricordarsi la prima volta in cui si sono incontrati. I tentativi di soffocare le proprie pulsioni suicide stordendosi davanti alla tv servono solo a rimandare l’esito inevitabile di qualche settimana; ma anche di questo, in fondo, non frega niente a nessuno. L’importante è che il Governo possa contare sua una felicità collettiva acritica e stabile. Una felicità che i libri, con tutte le loro assurdità, rischierebbero di mettere in pericolo. Da qui il ruolo dei militi del fuoco, che non per niente si chiamano anche Happiness Boys:

Ma la cosa che devi ricordare, Montag, è che noi siamo gli Happiness Boys, i militi della gioia, tu, io, gli altri incendiarii. Noi ci opponiamo alla meschina marea di coloro che vogliono rendere ogni altro infelice con teorie e ideologie contraddittorie. Siamo noi che abbiamo posto mano alla diga. Teniamo duro. Non lasciamo che il torrente della tristezza e del pessimismo inondi il pianeta.

Quando Montag decide di non soggiacere più a un sistema così degenerato, intraprende la via che lo condurrà alla scoperta delle sacche ribelli costituite dagli uomini-libro: persone che garantiscono la sopravvivenza dei libri imparandoli a memoria e tramandandoli così alle future generazioni. Un’altra delle immagini che hanno reso grande il capolavoro di Bradbury, dandogli la forza del mito. A quel punto però Montag aveva ormai fatto la sua più importante scoperta. Aveva scoperto che la felicità non dev’essere un obbligo, ma una conquista: una conquista strana, che si guadagna perdendo un po’ di sé lungo la via, osservando gli altri e ascoltandoli, mettendo tutto in discussione, riempiendosi di dubbi e poi ricominciando da capo, fino a trovare quell’unica strada che rende ognuno di noi diverso da tutti gli altri, conducendoci verso la libertà.

Una strada, spesso, lastricata di libri.

Le citazioni sono prese dalla traduzione di Fahrenheit 451 di Giorgio Monicelli: una traduzione vecchissima (datata 1956), che purtroppo è tuttora l’unica disponibile in italiano e che sarebbe davvero tempo di sostituire.

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