#5: Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby (1925)

Per l’idea della Holden’s List, cioè i 100 Grandi Romanzi Americani secondo me, leggi qui.

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gatsby

Nel 1925 venne pubblicato in America un romanzo destinato a stabilire uno dei record di vendita di quell’anno. Era un libro che attendevano in molti, in moltissimi. L’autore si era guadagnato una fama ormai più che consolidata grazie ai suoi lavori precedenti e sembrava avere tutte le carte in regola per fissare a lettere d’oro il proprio nome nella Hall of Fame della letteratura americana: il minimo che ci si può aspettare da qualcuno che circa un decennio prima, grazie al successo di un altro suo romanzo, era riuscito a farsi intitolare un albergo, una strada e una scuola. E anche stavolta non fu da meno: per il suo nuovo romanzo si prevedeva un tale successo di pubblico che la prima tiratura arrivò a riempire ventisette vagoni merci. Di cosa sto parlando? Ma è ovvio: di…

A Son of his Father, di Harold Bell Wright. La storia edificante e strappalacrime di una giovane irlandese che si trasferisce in un ranch in Arizona per raggiungere suo fratello e attraverso una serie di peripezie e disavventure riuscirà a rendere migliori tutte le persone che la circondano. Mai sentito? Per forza: oggi nessuno al mondo legge più Harold Bell Wright. Eppure negli anni ’20 era uno degli scrittori più letti (e pagati) d’America. Nomi come il suo svuotavano le librerie in un batter d’occhio, arrivando ad accumulare più soldi di quanti chiunque altro in passato avesse mai sperato di farne. Contro una simile corazzata, Fitzgerald non aveva speranze. Dalla sua uscita in libreria ad aprile fino a ottobre, Il grande Gatsby non vendette neanche 20.000 copie, ottenendo un successo di pubblico meno che deludente; Fitzgerald ci rimase malissimo, e le recensioni generalmente positive della critica non furono sufficienti ad alleviargli il dispiacere. Del resto nemmeno la critica dimostrò un entusiasmo unanime: il New York Herald, per dirne, definì il romanzo “a purely ephemeral phenomenon”. Che lungimiranza, eh?

Dovrà passare qualche decennio prima che Il grande Gatsby diventi finalmente un riferimento culturale obbligato nell’orizzonte letterario americano. Nel 1951 è uno dei libri preferiti di Holden Caulfield; e nel 1960 Arthur Mizener, critico letterario del New York Times e biografo di Fitzgerald, può ormai azzardarsi ad affermare che Il grande Gatsby è “un classico della narrativa americana del Ventesimo Secolo“. Oggi il 1925 è considerato l’anno d’oro della storia della letteratura mondiale proprio perché, tra gli altri titoli di quell’anno, venne pubblicato il capolavoro di Fitzgerald. Cosa può essere successo per cambiare così tanto le cose?

Be’, guardando le date è piuttosto facile farsi due conti. Il pubblico resta freddino di fronte alla storia di Nick, Gatsby e Daisy negli anni Venti, quando l’America viaggia a tutto vapore nella spensieratezza economica e nell’esaltazione ottimistica dell’Età del Jazz. E ne riscopre finalmente la potenza letteraria e la carica esplosiva e quasi profetica alla fine degli anni Quaranta, dopo che la crisi del ’29 e la Seconda guerra mondiale hanno costretto tutti ad archiviare per parecchio tempo i vecchi sogni americani di progresso inarrestabile, benessere inalienabile e una felicità collettiva che sembrava ormai essere più un dato di fatto che un semplice diritto dell’individuo. In mezzo, una linea di faglia che divide irrimediabilmente due epoche storiche tra loro incompatibili come il sogno e la realtà, la storia e le favole: un dissidio perfettamente sovrapponibili alle ansie tempestose che perseguitano il giovane Gatsby nelle sue fantasticherie notturne:

… il cuore gli era agitato da una rivolta continua, turbolenta. La notte, nel letto, lo perseguitavano le ambizioni più grottesche e fantastiche, il cervello gli tesseva un universo di sfarzo indicibile… Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all’immaginazione; erano un’intuizione confortante dell’irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba.

Proprio come Gatsby si divide tra ambizioni oniriche e realtà, la storia commerciale del romanzo tiene un piede su entrambe le sponde opposte di quella grande linea di faglia. Di là lo sfrenato ottimismo di una Nazione in crescita che, tra bolle speculative, balli e feste non ha tempo di guardarsi allo specchio per esaminare da vicino le crepe sottili che lentamente cominciano a insinuarsi nel suo ritratto. Di qua il crollo degli ideali e la temporanea trasformazione del Sogno in un incubo, e l’intempestiva consapevolezza che tutte le tensioni, le disillusioni e le minacce imminenti pulsavano già tra le righe del romanzo di Fitzgerald. Stavano lì, in attesa di esplodere, mentre tutti leggevano Harold Bell Wright.

La storia la conosciamo tutti, no? Nell’estate del 1922 Nick Carraway, giovane operatore di borsa di New York, prende casa a Long Island, nell’immaginaria comunità di West Egg, e si ritrova come vicino il misterioso milionario Jay Gatsby. Nick non sa cosa faccia Gatsby nella vita, ma senz’altro il suo vicino di casa dev’essere incredibilmente ricco: nella sua lussuosissima dimora Gatsby dà spesso feste straordinarie, affollate dalla migliore società di New York, che passa la notte a bere, ballare e cantare nel parco della villa, spettegolando sull’identità del loro ospite e sull’origine della sua ricchezza. Mistero nel mistero, lo stesso Gatsby non partecipa mai alle sue feste. Dall’altra parte di Long Island, a East Egg, vive invece la cugina di Nick, Daisy, insieme al marito Tom Buchanan: il quale, da buon riccone, oltre alla moglie in campagna mantiene un’amante in città, Myrtle Wilson. Nel corso del romanzo Nick scoprirà la vera identità di Gatsby, il segreto della sua ricchezza e il vero, unico scopo della sua vita: riconquistare il cuore della frivola Daisy, con cui aveva avuto una breve relazione anni prima. Ciò che Gatsby si propone di fare è attirare Daisy come una falena con lo splendore del denaro e delle feste, nel tentativo di riportare indietro il passato e ricominciare la loro storia dal punto in cui si era interrotta, prima della guerra. Tutta la sua vita non ha avuto altro scopo, e in quest’ultima estate Gatsby arriverà a scoprire fino a che punto, negli anni, è arrivato a ingannarsi, scambiando un sogno infantile per una reale possibilità.

Tutto, nella storia di Gatsby, brilla dell’abbagliante luce eccessiva e ipersatura di un mondo al crepuscolo, gonfio di contraddizioni latenti e micce che aspettano solo di accendersi per far deflagrare ogni cosa. Il lusso sfarzoso delle feste di Gatsby, il fascino delle celebrità che accorrono alle sue feste a Long Island, l’enormità della sua dimora di West Egg, la velocità delle automobili, persino i tratti caratteriali dei personaggi (la voce “full of money” di Daisy) riflettono come in uno specchio rovesciato lo squallora della “valle delle ceneri” dei sobborghi industriali di New York, in cui vive l’amante di Buchanan. Lì non c’è nulla di sontuoso e splendente, tutto è grigio e polveroso, affumicato, desertico. Una specie di mondo infernale che si contrappone impietosamente ale ricchezze di Long Island:

È la valle delle ceneri: una tenuta fantastica dove le ceneri crescono come il frumento, creando alture e colline e giardini grotteschi; dove la cenere assume la forma di case coi camini e il fumo che ne esce, e infine, con uno sforzo di fantasia, di uomini grigio-cenere che si spostano confusamente e già in via di disfacimento nell’aria polverosa.

Per passare da un mondo all’altro basta attraversare il ponte. Eppure, al tempo stesso, i due mondi sembrano così distanti tra loro da rendere quasi incredibile la loro coesistenza in un unico universo e in un unico tempo. Allo stesso modo in cui le oscure attività illegali su cui si basa la ricchezza di Gatsby sembrano appartenere a una realtà del tutto inconciliabile con quella in cui si muove, con uno strano misto di disinvoltura e goffaggine, il misterioso milionario che così irresistibilmente attrae e al tempo stesso respinge l’interesse di Nick Carraway.

Proprio qui sta l’insormontabile ostacolo destinato a impedire la piena realizzazione della aspirazioni di Gatsby. Nessuno dei due mondi, nessuna delle due realtà potrà mai essere vera in sé e per sé: i due mondi in cui Gatsby vive, i due regni a cui appartiene possono esistere solo in un continuo e irrisolvibile scontro. Il passato che Gatsby desidera tanto riportare in vita si è trasformato in un presente di cambiamenti troppo veloci e incomprensibili, di delusioni latenti e imminenti catastrofi, per poter sperare di dominarlo dall’interno di un’idealizzata prigione di sogni frustrati. Nick Carraway lo sa; Jay Gatsby lo capisce solo quando il sogno della sua Daisy è ormai diventato una sabbia mobile da cui non c’è più speranza di fuggire. Allora, un attimo prima di sprofondare, Gatsby comprende finalmente l’inganno che ha governato la sua intera esistenza:

… doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno. Doveva aver guardato un cielo insolito tra foglie spaventevoli e rabbrividito nello scoprire che cosa grottesca è una rosa e com’è cruda la luce del sole su un’erba quasi non ancora creata. Un mondo nuovo, materiale senza esser reale, dove poveri fantasmi si aggiravano incidentalmente, respirando sogni invece di aria…

La fine di Gatsby è il crollo delle illusioni del Grande Sogno Americano, ritratto da Fitzgerald con quattro anni di anticipo sui tempi della storia. L’elegiaco senso di colpa individuale che pervade ogni riga del romanzo, la sensazione di perdita imminente, l’ostinazione suicida con cui Gatsby resta fedele alla luce verde che brilla ogni notte da casa di Daisy, la speranza ingannevole di un “futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi”: Il grande Gatsby è il canto malinconico di un desiderio di immortalità condannato a fare ben presto i conti con gli invalicabili limiti imposti al sogno da una realtà che non fa sconti.

Quando, anni dopo, l’America finalmente capì il vero significato del romanzo di Fitzgerald, il cadavere di Gatsby era ormai già freddo tra gli alberi del parco.

Le citazioni sono prese dalla traduzione de Il grande Gatsby di Fernanda Pivano.

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