#4: Junot Díaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao (2007)

Per l’idea della Holden’s List, cioè i 100 Grandi Romanzi Americani secondo me, leggi qui.

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C’è un preconcetto di fondo, solo in parte inconscio, che spesso condiziona la nostra percezione di cosa significhi davvero “letteratura americana”. Potete verificarlo da soli: provate a chiedere, a voi stessi o ad altri, di elencare le prime cose che mentalmente vi viene da associare all’idea di “narrativa americana contemporanea”. La butto lì, smentitemi pure: storie on the road su strade lunghissime e solitarie, pianure aperte e sconfinate fino all’orizzonte, fast food, motel, grattacieli, metropoli o villaggi, locali immersi anche di giorno in un’oscurità fumosa e alcolica, scrittori che sudano alla macchina da scrivere con una pila di fogli a sinistra e un bicchiere mezzo vuoto a destra, college, campus universitari, centri commerciali, televisione, pubblicità, pop culture, magari un po’ di attivismo politico, due quarti di scoperta di sé e due quarti di disgregazione dell’identità, musica e qualche altra cosa.

Ed ecco servito il preconcetto: questa non è LA letteratura americana. Questa è la letteratura americana rappresentata e descritta da Americani che parlano dell’America. Che è senz’altro una parte molto cospicua della letteratura americana nel suo complesso, ma se ci fermiamo a quella, be’, è anche un modo piuttosto superficiale di vedere le cose. Perché la letteratura americana, che nasce come letteratura di migranti intenzionati a trovare una nuova collocazione all’interno di un mondo nuovo senza per questo recidere del tutto i legami con il contesto di origine, è tutt’altro che un agglomerato di narrazioni autoreferenziali e introverse. Fin dall’inizio ansie, angosce e istanze del Vecchio Mondo si trapiantarono nel Nuovo creando una specie di delicata linea di tensione che, come un diapason, vibrava dell’energia congiunta delle une e delle altre, nel tentativo, fertile ma (o proprio perché) frustrato, di arrivare un giorno a un’impossibile conciliazione. Alla creazione di una sorta di “zona franca letteraria” in grado di amalgamare intenti ed esperienze di culture diverse nell’impasto di una narrazione a sangue misto, adatta a divenire universale proprio grazie alla sua ferma volontà di scavalcare ogni confine.

Tutto questo per dire: non stupitevi se il quarto episodio di un appuntamento riservato a identificare i 100 più Grandi Romanzi Americani è dedicato a un autore che non si chiama John Smith e non corre sulla Route 66 a bordo di una Cadillac, ma a uno scrittore dominicano che vive in New Jersey e che, nel suo primo romanzo, ha raccontato la storia della Repubblicana Dominicana sotto la dittatura del terribile Rafael Trujillo (1930-1961), e di una famiglia che dall’esperienza di quella dittatura ricavò una maledizione destinata a perseguitarla per generazioni: il fukú. E non stupitevi nemmeno se proprio quest’anno La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Díaz è stato eletto da una commissione di critici letterari americani, in una selezione di 156 romanzi, come il miglior romanzo del XXI secolo fino a oggi. Un romanzo tanto vulcanico e inclassificabile, per linguaggio, struttura narrativa e concezione letteraria, che Michiko Kakutani, entusiasta come poche volte, l’ha definito “un incrocio tra Mario Vargas Llosa, Star Trek, David Foster Wallace e Kanye West”.

Oscar Wao è un adolescente dominicano ciccione, sfigato e nerd che vive con la madre e la sorella a Paterson, New Jersey, e si sente più al sicuro a leggere fantascienza e fantasy in biblioteca o in camera sua che a fare ginnastica a scuola con i suoi compagni. Impossibile dargli torto, i suoi compagni sono tutti dominicani “veri”: spacconi, muscolosi, scopatori impenitenti e sicuri di sé. Oscar invece ha avuto il suo picco sentimentale a sette anni, quando tutte le donne lo lusingavano chiamandolo hombre e gli capitò di baciare sulla guancia due ragazze nella stessa settimana, facendosi poi mollare da entrambe; da allora Oscar non è mai più riuscito a battere chiodo, precipitando lungo una spirale discendente di depressione, solitudine e frustrazione sessuale assolute. L’orizzonte del suo mondo è limitato a giochi di ruolo, storie di fantascienza, anime giapponesi e soprattutto la scrittura, che coltiva instancabilmente con il desiderio di diventare un giorno il Tolkien dominicano. Per dirvi quant’è sfigato: lui non si chiama neanche Oscar Wao, in realtà, ma Oscar De León. Il fatto è che un anno, al college, per Halloween gli è venuta la fallimentare idea di vestirsi da Doctor Who, con il risultato di assomigliare a “quel ciccione finocchio di Oscar Wilde”, facendosi immediatamente ribattezzare Oscar Wao dai suoi compagni dominicani duri e puri: uno dei tanti episodi della sua vita “favolosa” da nerd.

Gli altri ragazzi lo prendevano di mira: pugni, spintoni, smutandate, occhiali rotti e libri Scholastic nuovi di zecca, da cinquanta centesimi l’uno, strappati davanti ai suoi occhi. Ti piacciono i libri? Adesso ne hai due! Ha ha! […] Volete davvero sapere come ci si sente nei panni di un X-Man? Basta essere un ragazzino di colore intelligente e amante della lettura in un ghetto americano contemporaneo. Mamma mia! Un po’ come avere due ali di pipistrello o un paio di tentacoli che ti spuntano dal petto.

In qualità di unico dominicano al mondo a essere più a suo agio con i libri che con le ragazze, Oscar è ovviamente il bersaglio più visibile per la maledizione familiare del fukú; ma non è l’unico. Sua sorella Lola e sua madre Belicia sono nate marchiate come lui. Entrambe afflitte da quel “malessere tipico del New Jersey: un inestinguibile desiderio di altrove”, Lola e Belicia sublimano nel loro violento scontro generazionale le rispettive insoddisfazioni esistenziali. Lola, adolescente determinata e forte, è l’esatto contrario del fratello: non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, tutti i ragazzi si voltano al suo passaggio e il suo desiderio di fuga si rivolge non allo spazio o alle foreste della Terra di Mezzo, ma alla Spagna, al Giappone, ovunque tranne che in New Jersey, dove non potrebbe mai essere altro se non “la perfetta figlia dominicana, che è semplicemente un modo carino per dire la perfetta schiava dominicana”. Con Oscar, però, Lola condivide il peggior fukú, quello che condanna entrambi alla sfortuna in amore. La stessa sfortuna a cui è stata condannata dalla nascita persino la formidabile Belicia, che in America ha allevato da sola i due figli facendo due o anche tre lavori, arrivando a comprarsi una casa e a guadagnarsi il rispetto di tutti: ma solo dopo essere sfuggita per un pelo alle brutalità di quella stessa dittatura trujilliana che aveva portato alla morte i suoi genitori, lasciandola orfana e rischiando di annientare, al momento opportuno, anche lei. O forse non è stata la maledizione. A differenza della madre e del fratello, Lola non crede alle maledizioni del Vecchio Mondo; non servono, basta la vita a spiegare le cose:

Così è la vita. Tutta la felicità che riesci a mettere insieme viene spazzata via come se niente fosse. Se volete la mia opinione, non credo che esistano le maledizioni. La vita, da sola, basta e avanza.

Eppure Díaz sa che “a Santo Domingo, una storia non è una storia se non getta un’ombra soprannaturale”. Perciò il racconto della vita di Oscar si amplia ad abbracciare le epoche della madre e dei nonni, seguendo la traccia dell’oscura maledizione dominicana su e giù tra le due Americhe, accompagnando i protagonisti nei loro andirivieni dagli States degli anni ’80 e ’90 alla Repubblica Dominicana di Trujillo degli anni Quaranta e Sessanta, sulla cui brutalità Díaz non risparmia dettagli. Ricostruendo i legami sottili e inesorabili che legano le generazioni in un’unica trama di corsi e ricorsi, Díaz fa rivivere ai suoi diversi personaggi, nei rispettivi decenni, gli stessi errori e salvataggi eternamente ripetuti e rinnovati, le stesse ambizioni di fuga e cambiamento, le stesse frustrazioni, gli stessi fallimenti. La maledizione del fukú in fondo sembra essere proprio questo: l’impossibilità di lasciarsi alle spalle, persino nel Nuovo Mondo, il retaggio delle esperienze del Vecchio. Quell’insieme di superstizioni, rivolgimenti storici, segreti nazionali e tragedie familiari che costituiscono la più intima essenza di un popolo, e che nemmeno la speranza di un futuro diverso all’insegna del Sogno Americano è abbastanza forte da dissolvere.

Sì, perché, al contrario di quello che accade nei fumetti preferiti di Oscar, nella vita reale non sembra esserci spazio per la trasformazione del protagonista da sfigato a supereroe. Non ci sono in vista possibilità di riscatto o integrazione. Oscar, Lola, Belicia sono destinati a essere fuori luogo in qualsiasi contesto, a scuola come a letto o nella vita. Troppo cubani per la Repubblica Dominicana, troppo dominicani per gli Stati Uniti, troppo attratti dalle cose sbagliate, nel modo sbagliato: l’amore, l’ambizione di diventare Qualcuno. Tutti e tre prigionieri del proprio passato e delle conseguenze che avvenimenti indipendenti dalle loro azioni gettano sulle loro vite di oggi. Tutto ciò che possono fare è cercare di capirlo, quel passato, di impadronirsene e di accettarlo come parte integrante di ciò che sono. Ricordati chi sei, ripete sempre La Inca, la vecchia zia che a Santo Domingo accudisce a turno prima Belicia, poi Lola e infine Oscar. Ricordati da dove vieni. E soprattutto ricorda che non puoi sfuggire a ciò che sei, mai.

… se c’è una cosa che ho imparato in quegli anni, è che non si può mai scappare. Mai. Non esiste via d’uscita.
Tutte le storie parlano di questo, credo.

Ma il romanzo di Díaz non incastra in una tessitura complessa e trasversale solo personaggi, cronologia e ambientazioni. La stessa struttura formale del romanzo è interamente votata a dimostrare l’assoluta permeabilità dei confini culturali, narrativi e linguistici della storia raccontata, con i suoi cambi di voce narrante, le note a piè di pagina che proseguono e integrano gli episodi principali, i registri stilistici che mutano a seconda delle ambientazioni. E quale modo migliore per raccontare la storia di un nerd, se non attingendo a piene mani al più smaccato immaginario nerd? Da qui le decine e decine di riferimenti, similitudini e metafore ricavati dagli universi Marvel e DC, dall’epica dell’Anello di Tolkien, da Guerre Stellari e Star Trek, da film e fumetti giapponesi. Materiali che Díaz è abilissimo a maneggiare e distribuire nel racconto non come sbiaditi orpelli narrativi, ma come indispensabili strumenti per l’interpretazione più autentica di temi e personaggi.

Così, ad esempio, ecco che la dittatura di Trujillo viene riletta da Díaz come una specie di Oscuro Regno di Sauron, in cui Trujillo regna sulla Repubblica Dominicana come su una sua personale versione di Mordor, servendosi dei suoi luogotenenti come il Signore Oscuro si serviva degli Spettri dell’Anello. Per non parlare della nerdità di Oscar, che con la sua ossessiva onnipresenza fornisce la vera chiave di tutta la sua vita, come pure, per rispecchiamento o per negazione, delle esistenza parallele della madre e della sorella. E sempre dall’immaginario nerd deriva anche uno dei molteplici strati linguistici di cui si compone il romanzo, che tra spagnolo dominicano, Spanglish, slang del ghetto, accenti elegiaci o tragici da epica caraibica, insulti e ammiccamenti letterari, trasforma anche la lingua che parla, oltre alla storia che racconta, in un organismo anfibio che tiene un piede nel Nuovo Mondo e uno nel Vecchio.

Le citazioni sono prese dalla traduzione de La breve favolosa vita di Oscar Wao di Silvia Pareschi (Mondadori), che per l’abilità con cui ha saputo mantenere e ricalibrare in italiano i passaggi repentini di registri e linguaggi del romanzo, riuscendo persino a riprodurre l’inventiva dei migliori giochi linguistici di Díaz (“culocrate“, “aficasia“), si merita in pieno l’applauso che adesso tutti le facciamo; e qui trovate un post in cui Silvia spiega un po’ come ha fatto a tradurre Oscar Wao.

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