#3: Bret Easton Ellis, American Psycho (1991)

Per l’idea della Holdens’ List, cioè i 100 Grandi Romanzi Americani secondo me, leggi qui.

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Quando esce American Psycho, nel 1991, il panorama letterario sta ancora tremando per gli effetti della scossa sismica assestata, sei anni prima, dalla pubblicazione di Meno di zero, il primo, rivoluzionario romanzo di Bret Easton Ellis: una prova narrativa breve e spietata, brutale e lancinante per l’impassibile indifferenza chirurgica con cui affondava la lama nell’analisi della deriva esistenziale di un’intera generazione abbandonata a se stessa. Un gruppo di giovani ricchi e amorali dei quartieri alti di Los Angeles cresciuti nel lusso e nell’inutilità sociale, destinati a ottundere apparentemente per sempre la propria mancanza di senso e scopo nel vuoto pneumatico della ripetizione ossessionante di rituali quotidiani sempre uguali: droga, alcol, feste, uscite in macchina, mentre Mtv, sullo sfondo, manda in loop ogni giorno sempre gli stessi video, la stessa musica, gli stessi ritmi sincopati e alienanti. All’orizzonte, un’unica minacciosa prospettiva: “Sparire Qui”.

A soli ventun anni, Ellis aveva già le idee abbastanza chiare per rendersi conto che il mondo stava prendendo una nuova direzione, che quella direzione era tutt’altro che luminosa e che perciò, per raccontarla, la narrativa di tipo classico non andava più bene. Serviva un altro tipo di narrativa. Qualcosa che non si facesse problemi a sconvolgere, turbare, schifare o persino violentare mentalmente il suo pubblico, fregandosene di ricorrere a trucchetti stantii come il moralismo o la ricerca ostinata dell’empatia a tutti i costi.

Sei anni dopo, gli anni Ottanta sono finiti, lasciando tutti quelli che avevano creduto all’ottimismo di un’onnipotenza inarrestabile con i postumi di un hangover stordito e confuso. Dietro le palpebre chiuse pulsavano ancora i lampi residui delle luci stroboscopiche fluorescenti e chiassose del decennio reaganiano, del Boom economico, della pace e della prosperità perenni, di una nuova era che non avrebbe dovuto mai più temere niente: guerre, miseria, ingiustizia sociale, nulla. Eppure, riaperti gli occhi e passata la sbronza, il mondo così come doveva essere si rivelava finalmente per il mondo così com’era in realtà: AIDS, tossicodipendenza, menzogne politiche, falsi valori, sessismo, squilibri economici che contrapponevano una generazione di giovani ricchi rampanti e spudorati (gli yuppie) a una massa sterminata di persone che arrancavano sull’orlo della soglia minima di povertà, quando non l’avevano già scavalcato da un pezzo. E una generale, dilagante e pervasiva sensazione, ancora una volta, della vanità del tutto. Che colpisce anche Patrick Bateman, il protagonista di American Psycho.

Mentre piscio nel bagno degli uomini, fisso una sottile crepa sopra l’urinatoio e mi dico che se vi scomparissi dentro, dopo essermi in qualche modo miniaturizzato, molto probabilmente nessuno se ne accorgerebbe. A… nessuno… gliene… fregherebbe… niente.

Patrick Bateman è l’incarnazione, terrificante e divertentissima, di un mondo vuoto convinto di essere pieno. Yuppie milionario di Wall Street, Bateman ricopre una posizione di prestigio in una grande società finanziaria di proprietà della sua famiglia e ci racconta in prima persona la routine della sua vita quotidiana, segmentata in una successione temporale scandita da indicazioni al tempo stesso precise e vaghe (“Mattino”, “Martedì”, “Festa di Natale”, “Fine degli anni ’80”) e caratterizzata dall’ossessione di costruire e rafforzare il più possibile la propria immagine esteriore nel contesto delle relazioni sociali frenetiche e vacue di Manhattan. Tra cene in ristoranti costosi, serate nei migliori locali di New York, feste in casa, allenamenti in palestra, concerti e sedute di bellezza, ragazze e prostitute con cui va a letto per poi farle a pezzi, Patrick cerca di riempire il vuoto della sua esistenza accumulando impegni mondani, droghe, omicidi, conversazioni inconsistenti e abiti di marca. Questi ultimi, in particolare, in American Psycho sembrano rappresentare l’unico modo veramente efficace di identificare ogni specifico individuo. Prima ancora che come persone, gli amici e gli interlocutori di Patrick si definiscono come agglomerati di brand, manichini la cui più autentica funzione sembra essere lo sfoggio pubblico di un’infinità di marche di moda, ogni volta puntualmente riconosciute e dettagliate da Patrick.

Problema: se tutti fanno le stesse cose negli stessi posti e con addosso gli stessi vestiti, per pregiati che siano, l’individualità del singolo va a farsi fottere, finendo inevitabilmente per scolorirsi e confondersi nell’omogeneità collettiva. Così, ecco che in American Psycho l’upper class economica e finanziaria dei Manhattanites che ruotano intorno a Patrick sia composta interamente di volti e nomi del tutto intercambiabili. Tutti si conoscono, ma nessuno si riconosce. Ognuno è confuso con il sosia di qualcun altro, tranne gli amici stretti nessuno viene mai chiamato due volte con lo stesso nome. Persino a Patrick, alla fine di una conversazione, capita spesso di essere salutato con il nome di qualcun altro; lui stesso, in fondo, non è mai sicuro di aver parlato davvero con la persona che credeva all’inizio. E comunque che importa? In un mondo omologato una parola come “individuo” è priva di significato. Al pari di “autenticità”, “intelligenza”, “ragione”.

Il pensiero è inutile, il mondo è privo di significato. Il male è l’unica cosa permanente. Dio non è vivo. L’amore non è degno di fiducia. La superficie, la superficie, la superficie, ecco l’unica cosa in cui ciascuno trovava un qualche significato… questa era la civiltà dal mio punto di vista, colossale e frastagliata…

Se American Psycho mette a nudo l’anima di cartapesta camuffata sotto il completo di lusso di una contemporaneità esaltata e sfavillante di lustrini, la storia di Patrick Bateman è la presa di consapevolezza della natura posticcia di quell’anima. Il racconto feroce di un’inarrestabile e progressiva erosione della personalità individuale immersa nel flusso del più vuoto conformismo, che dissolve via via più cinicamente ogni minima concretezza esteriore portandola ad assumere contorni sempre più incerti e fumosi, disgregandone l’essenza in frammenti ogni volta più oscuri, fino a privare quasi del tutto Patrick di consapevolezza, significato e scopo. E quando sembra aver raggiunto l’apice della sua stessa dissoluzione, Patrick si ferma a riflettere sul senso di quel poco che resta:

… c’è quest’idea di Patrick Bateman, una specie di astrazione, che tuttavia non ha nulla a che vedere con chi sono veramente, è solo un’entità, un qualcosa di illusorio, e anche se riesco a nascondere il mio sguardo freddo e potete stringermi la mano e sentire la mia carne che stringe la vostra e magari potete anche immaginare che il nostro stile di vita sia simile: io semplicemente sono altro. È dura per me avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un prodotto, un’aberrazione. Sono un essere umano non accidentale. La mia personalità è abbozzata, informe, la mia crudeltà è radicata e persistente. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze sono scomparse tanto tempo fa (probabilmente a Harvard) ammesso che siano mai esistite. Non ci sono più barriere da superare.

E se non ci sono più barriere, tutto è lecito. Fare a pezzi le prostitute. Uccidere i barboni insieme ai loro cani. Sgozzare bambini allo zoo. Sciogliere nella calce i colleghi di lavoro. Praticare il cannibalismo, la necrofilia, mutilare, stuprare, torturare, in un crescendo grottesco e ipersaturo di violenza ed efferatezza di fronte a cui, a un certo punto, lo stesso Bateman comincia ad aver paura di se stesso. Eppure non può fermarsi: la distruzione è l’unica cosa veramente reale. Patrick Bateman non è neanche un serial killer, non ha particolari obiettivi o tendenze. Certo, preferisce uccidere le donne, ma quando gli scatta la molla tutto ciò che si trova sottomano va bene. L’importante è consumare. Consumare carne e corpi con lo stesso atteggiamento con cui si colleziona e si consuma tecnologia, cibo, moda, musica, cinema, denaro. È tutto uguale, nel nulla generale le persone sono solo, be’, cose, come tutte le altre. Patrick ci pensa mentre sta cucinando una donna:

… comincio a tritare ossa e grasso e carne, producendo piccole polpette, e anche se sporadicamente mi rendo conto di quanto in effetti ciò che sto facendo sia inaccettabile, cerco di ricordarmi di come questa cosa, questa ragazza, questa carne, non sia nient’altro che merda…

E quindi? E quindi niente. Nessuna redenzione. Nessuna catarsi. Anche quando Patrick racconta agli altri ciò che fa, a nessuno interessa. In un locale una cameriera gli chiede cosa vuole e lui risponde “Vorrei segarti le braccia”, ma c’è troppo casino e lei non sente. A cena racconta ai suoi amici di aver fatto tardi perché ha perso tempo a infilare un tubo d’acciaio nella vagina di una prostituta, e loro la prendono per una battuta sulle sue dimensioni. E poi Patrick non può aver ucciso Paul Owen, un suo amico ci ha cenato insieme due volte a Londra la settimana prima. Ma poi, era davvero Paul Owen? O un suo sosia?

In un mondo che cade a pezzi e non lascia spazio a nessuna certezza, a nessuna via d’uscita, non esiste risposta ad alcuna domanda. Al vuoto cosmico non si sfugge; è persino inutile chiedersi, come Patrick, se il male sia in quello che sei o in quello che fai. Tutto ciò che si può fare, quando si giunge al punto di rottura, è ricominciare da zero. Prenotando locali. Comprando vestiti. Guadagnando sempre più soldi. E smarrendo la propria coscienza nel nulla di conversazioni serali su cravatte e mocassini, parole senza struttura, senza soggetto, senza scopo. In fondo che differenza c’è tra quelle conversazioni e il racconto autentico di sé? Nessuna.

Ma anche dopo aver ammesso tutto questo – e l’ho fatto innumerevoli volte, praticamente in ogni mia azione – e dopo essermi ritrovato faccia a faccia con queste verità, non c’è catarsi. Non ho acquisito alcuna conoscenza più approfondita di me stesso, e niente di nuovo può essere compreso in base al mio racconto. Non c’era alcun motivo perché vi raccontassi tutto questo. Questa mia confessione non significa niente…

Con Meno di zero Bret Easton Ellis aveva mostrato al mondo il ritratto impietoso di una nuova generazione allo sbando, sradicata da ogni contesto e destituita di qualsiasi scopo, ideologia o valore. Sei anni dopo quella generazione è cresciuta, ha lasciato il college e ha cominciato a giocare con il denaro e con le persone. La solitudine, l’amoralità, il disorientamento, l’ansia consumistica e la superficialità che ne governano l’esistenza sono rimaste le stesse; l’onnipresenza di Mtv si è ampliata in un più generale totalitarismo pop-culturale, i cui i prodotti di massa sembrano essere l’unica realtà degna di interesse; la disintegrazione della personalità non è più solo la caratteristica di un gruppo di giovani, ma di un’intera nuova declinazione dell’American Way of Life. Un’epoca che, come il suo protagonista più “eccentrico”, si chiama American Psycho, e che Ellis disseziona allo stesso modo in cui Patrick Bateman fa a pezzi le sue vittime: senza curarsi delle loro urla.

Le citazioni sono prese dalla traduzione di American Psycho di Giuseppe Culicchia (Einaudi).

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