#2: Raymond Chandler, Il grande sonno (1939)

Per l’idea della Holden’s List, cioè i 100 Grandi Romanzi Americani secondo me, leggi qui.

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chandler

Ho sempre trovato interessante il fatto che la nostra idea di detective story ancora oggi si identifichi più facilmente con la pipa e la lente d’ingrandimento di Sherlock Holmes che con il trench e la rivoltella di Philip Marlowe.

Nell’immaginario collettivo, è più frequente che il mestiere di investigatore richiami la tranquilla scenetta di un salottino inglese in cui due o tre gentiluomini, vestiti con eleganza ma senza ostentazione, magari con un bel paio di baffoni e un orologio con la catenella, si scambiano pacatamente impressioni e novità sull’ultimo caso, confrontando dati, incrociando ipotesi e traendo conclusioni come se fosse un congresso di matematici, mentre sorseggiano una tazza di tè o, se l’atmosfera è particolarmente audace, uno sherry. Non certo un’ampia pianura sterrata fuori Los Angeles, deserta “come il cortile dell’inferno” e martellata dalla pioggia notturna dove, tra un garage clandestino adibito al travestimento di auto rubate e una fabbrica di cianuro, un tizio ammanettato e preso alla sprovvista si fa suonare come un tamburo poco prima di svenire. E senza nemmeno essere riuscito a finire la sigaretta.

Non credo sia una questione di atmosfera (la Los Angeles di Marlowe, piovosa e nebbiosa, non è certo il paradiso dei surfisti) o di fascino vintage per le ambientazioni e le buone maniere londinesi o altro. No, credo che sia piuttosto una questione di quieto vivere. Sherlock Holmes è più rassicurante. In tutti i sensi.

Prendete Il mastino dei Baskerville. A un certo punto della storia Holmes sparisce; quando torna in scena, Watson scopre che per tutto quel tempo il suo amico si era semplicemente nascosto nella brughiera per osservare meglio la situazione. Però, nota Watson, Holmes ha il colletto della camicia pulito. Cioè, per tutto il tempo della sua latitanza Holmes si era portato dietro un valigino con tutto il necessario (anzi, il nécessaire) per tenersi pulito e cambiarsi il colletto ogni mattina. Se ci pensate, è tutto lì: l’ordine indistruttibile con cui Holmes mantiene la cura della sua persona anche in situazioni improbabili è lo stesso con cui pretende (riuscendoci) di ricondurre a norma ogni deviazione della realtà, dominando con la forza di un’inesorabile logica aristotelica la trama caotica, sfuggente e contraddittoria della realtà. A Holmes basta osservare per due minuti una persona per concludere, dalla semplice analisi e associazione dei dati raccolti, chi sia quella persona, dove abiti, che lavoro faccia e dove fosse cinque minuti, un’ora, il giorno prima. Tutto ciò che esiste si può capire e spiegare: Sherlock Holmes è l’incarnazione del metodo scientifico applicato all’interpretazione della realtà.

Con Philip Marlowe le cose sono lievemente diverse. Quando viene pubblicato Il grande sonno, il primo romanzo di Raymond Chandler dedicato alle avventure del detective, siamo nel 1939 e il mondo sta per piombare giù da un precipizio. Marlowe non se ne accorge neanche. Sa benissimo che tanto il suo mondo non potrebbe comunque andare peggio di così.

Per la sua primissima comparsa in scena anche Marlowe, come Holmes, ha il colletto della camicia pulito, ma è solo un caso. Anzi, la circostanza è talmente fuori dall’ordinario che lui per primo sente il bisogno di sfottersi.

Erano pressappoco le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu polvere, con camicia blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

I quattro milioni di dollari sono quelli del Generale Guy Sternwood, un vecchio paralitico in fin di vita arricchitosi con il petrolio che non riesce a tenere a bada né i rimpianti né le figlie, due ragazze troppo giovani, troppo belle e troppo selvagge perché chiunque possa sperare di domarle. Chiaramente quei soldi non sono tutti per Marlowe: a lui bastano venticinque dollari al giorno più le spese per svolgere l’incarico che il vecchio Generale vuole assegnargli. Il fatto è che qualcuno continua a ricattare Carmen, la figlia più giovane, apparentemente coinvolta in una faccenda di debiti di gioco, e la cosa al Generale non va giù. Marlowe accetta, ma gli ci vuole poco per accorgersi che la faccenda non è tutta lì. La famiglia Sternwood si è ficcata in un pantano che più si lotta per uscirne e più sembra allargarsi. Traffici di libri pornografici, servizi fotografici privati che non prevedono l’utilizzo di vestiti, ménage omosessuali, ricatti, piccoli e grandi truffatori, droghe, un paio di cadaveri e soprattutto, sempre, ovunque, il mistero di Rusty Regan, l’ex contrabbandiere di alcol che ha sposato la maggiore delle ragazze Sternwood e la cui scomparsa sembra essere l’unica cosa che interessa davvero a tutti, a Los Angeles.

Se vi sembra che ci sia troppa carne al fuoco, tranquilli: per la Los Angeles di Marlowe è tutta ordinaria amministrazione. Ne Il grande sonno, la città degli angeli somiglia più all’anticamera dell’inferno: un ecosistema degenerato, caotico e ingovernabile che, anche in seguito a un’espansione accelerata dello spazio urbano, ha raggiunto un punto di saturazione tale per cui a nessuno importa più niente di niente al di là del proprio interesse personale. Un interesse il cui orizzonte è di solito circoscritto dai tentativi di sopravvivere il più a lungo possibile. Un proiettile che infrange il vetro di una finestra in pieno giorno è solo un rumore, e “rumori del genere non volevano dire più nulla”. La diffusione del marcio è così irrimediabilmente universale da rendere inutile qualsiasi distinzione classica, sherlockiana, tra bene e male: qui per un investigatore privato i committenti sono altrettanto sporchi e inaffidabili dei criminali da cui vogliono liberarsi, e spesso condividono con loro moventi, interessi e delitti. E forse non è solo un problema di Los Angeles: dopotutto, a drappeggiare lo sfondo della copertina originale di The Big Sleep sventolano i colori slavati e rugginosi della bandiera americana.

Il problema è che, nel mondo di Marlowe, non c’è nessun modo razionale di rimettere in ordine un caos tanto generalizzato. Gli sviluppi imprevisti del caso Sternwood si ramificano incontrollabilmente, sommandosi gli uni agli altri a una velocità tale che, prima ancora che Marlowe abbia potuto fare mente locale, la situazione gli è già sfuggita di mano e qua e là cominciano a spuntare cadaveri. Era questa, del resto, l’unica regola fondamentale della rivista “Black Mask”, su cui Chandler pubblica i suoi primi racconti: l’episodio deve prevalere sulla trama senza lasciare al lettore il tempo di fiatare. Non sai come sbrogliare una matassa? Fai entrare qualcuno con una pistola. Ma non è l’unico motivo. La mancanza di controllo di Marlowe sugli eventi su cui sta indagando è l’inevitabile conseguenza dell’anarchia della realtà in cui Marlowe opera: una successione apparentemente (e spesso effettivamente) slegata di fatti tra i quali è difficile stabilire connessioni stringenti proprio perché spesso il nesso causa-effetto è del tutto causale. Un po’ come sulla scacchiera su cui Marlowe gioca una partita solitaria nel suo appartamento, ogni mossa sembra destinata al fallimento:

C’era un problema da risolvere in sei mosse su quella scacchiera. Ed era irrisolvibile come la maggior parte dei miei problemi.

Il contrasto con l’infallibile metodo logico-deduttivo di Sherlock Holmes non potrebbe essere più netto. In un mondo sinistro in cui nulla è come sembra e i dati sensibili sono una trappola mascherata da via d’uscita, pretendere di spiegare tutto sarebbe un’assurdità. La realtà non è un gioco matematico a soluzione obbligata, e molte incognite sono destinate a rimanere tali. Prendete il caso dello chauffeur. Ne Il grande sonno si trova un colpevole per ogni cadavere, tranne uno: l’autista di Sternwood Palace, ripescato dal fondo del Pacifico in cui era finito, insieme alla sua macchina, dopo un colpo di sfollagente in testa. La sua morte è connessa ai fatti, ma quando Marlowe chiarisce il suo ruolo nella faccenda smette di indagare su di lui, e a un certo punto non se ne parla più. Chi l’ha ucciso? Il problema tormenta non poco gli sceneggiatori del film di Howard Hawks, che alla fine si decide a scrivere a Chandler per chiederlo direttamente a lui. Tutto inutile: Chandler, risponde, non ha idea di chi possa avere ucciso lo chauffeur. E perché avrebbe dovuto? Si chiama “realtà”, baby: mica si può sapere sempre tutto. Le spiegazioni troppo complete non piacciono a Marlowe: ci trova sempre “l’austera semplicità dell’invenzione piuttosto che le complicazioni irreali della realtà”.

Una definizione perfetta. La prima avventura di Marlowe è talmente intricata da arrivare a confondere il suo stesso protagonista, prigioniero di una rete di eventi fulminei, coincidenze ricorsive, andirivieni instancabili nel labirinto dei Boulevard e delle terrazze di Los Angeles, che ben presto minacciano di sfilacciare la stessa sottile membrana che distingue la realtà dal sogno. Non per niente il Time, per definire l’essenza del romanzo, ricorre a un’immagine borgesiana: “un oscuro intreccio di sentieri che si biforcano“.

La mia testa era attraversata da ondate di improbabili ricordi in cui avevo l’impressione di fare e rifare le stesse cose, di andare e venire agli stessi indirizzi, di rivedere le stesse persone, di dirgli le stesse parole, e ricominciava tutto senza tregua, e ogni volta aveva l’aria di esser vero, come una cosa che accadesse realmente e per la prima volta.

In un mondo come questo, c’è un unico modo di procedere: a casaccio. Ed è proprio così che Marlowe confessa candidamente di lavorare. L’unico vero angelo della città degli angeli è un individuo strafottente, irrispettoso, cinico e disincantato, che spesso capisce le cose troppo tardi, ma che ha una morale stupidamente inflessibile: non si spezza e non si piega, non va a letto con le clienti, non si lascia corrompere. Beve, fuma, si accontenta di venticinque dollari al giorno per farsi sparare addosso. Eppure Marlowe non è un eroe: è (Chandler stesso lo definisce così) un fallito. Cos’altro può essere l’unica persona dritta in un mondo storto? Lui stesso lo sa, e gli va benissimo così. Questo è l’ultimo effetto collaterale di essere Philip Marlowe, un detective privato che vive storie sporche in un’America marcia: quando terminano le indagini e quasi tutto, in un modo o nell’altro, si risolve, sul campo di battaglia non restano vincitori. Il mondo è lo stesso di prima, né più pulito né più ordinato; nessuno ha imparato niente, nessuna logica ha trionfato, e se un cambiamento c’è stato è che anche i buoni, quando ci sono, alla fine di tutto tornano a casa un po’ più sporchi di prima.

Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.

Le citazioni sono prese dalla traduzione de Il grande sonno di Oreste Del Buono (Feltrinelli).

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