I 100 Grandi Romanzi Americani secondo me

Cos’è il Grande Romanzo Americano? Attenti: è una domanda a trabocchetto. Una di quelle domande in apparenza banalissime che ti fanno agli esami per metterti alla prova, e tu in una frazione di secondo devi capire che l’unico modo per rispondere è, be’, cambiare la domanda. Perché rispondere a una domanda così netta è al tempo stesso facile, impossibile e inutile.

Illustrazione di Matt Kindt | Fonte immagine: http://slate.me/1DCZnww
Illustrazione di Matt Kindt | Fonte immagine: http://slate.me/1DCZnww

Facile perché lo sanno tutti, il Grande Romanzo Americano esiste. Ha persino una data di nascita: il 1868. In quell’anno il romanziere John William DeForest lo battezza per la prima volta in un articolo uscito su The Nation, definendolo “the picture of the ordinary emotions and manners of American existence”: un ritratto ambizioso e, presumibilmente, il più ampio possibile dello spirito americano, racchiuso nella struttura di un romanzo. Tutto questo lo trovate a pagina 1 del manuale di letteratura americana.

Impossibile perché su, lo sanno tutti, il Grande Romanzo Americano non esiste. E come potrebbe? Un unico romanzo in grado di chiudere, da solo e in modo definitivo, i conti con un ipotetico Significato Complessivo dell’Esperienza Americana; di ridurre a unità l’infinita molteplicità centrifuga di ideologie, esperienze, visioni del mondo, aspirazioni e contraddizioni, speranze e nichilismi, con cui da sempre l’America racconta se stessa. Non scherziamo. Senza contare che lo stesso concetto di America è inevitabilmente problematico. Quale America? Le famiglie midwestern bianche, borghesi e disfunzionali di Franzen? Le ossessioni ebraiche di Roth? Le rivendicazioni afro-americane di Baldwin? Non può esistere un Grande Romanzo Americano, perché non esiste una versione univoca dell’esperienza americana. Il che, tra parentesi, è una cosa molto americana: non a caso non esiste, che ne so, il concetto di Grande Romanzo Francese. E con questo siamo a pagina 2 del manuale.

Ma soprattutto inutile. La definizione di Grande Romanzo Americano in fondo coincide con la storia stessa della letteratura americana. O almeno con la comparsa di quei testi destinati a diventarne le vette più alte: quei romanzi che, impostando da un giorno all’altro una nuova visione, una nuova voce, un nuovo modo di leggere il mondo, di confrontarsi o scontrarsi con esso, hanno saputo imprimere al corso della letteratura una direzione e un significato rivoluzionariamente diversi. In questo senso, il sogno del Great American Novel sta alla letteratura un po’ come la ricerca della felicità sta alla condizione umana: l’inseguimento instancabile di qualcosa di irraggiungibile, che proprio con la sua consapevole irrealizzabilità attribuisce significato e scopo all’esistenza.

Perciò cambiamo la domanda: non “Cos’è il Grande Romanzo Americano”, ma “Quali sono i Grandi Romanzi Americani?”. Più semplice, no? Alla fine la questione del Grande Romanzo Americani è soprattutto una questione di modelli.

Sì. E no. Perché, quali sono davvero i Grandi Romanzi Americani?

Qualche settimana fa mi è venuta la balzana idea di provare a rispondere a questa domanda buttando giù un elenco di cento Romanzi Americani Che Davvero Non Si Può Fare A Meno Di Leggere (il mio personale sviluppo del concetto di “Grande”). Così, per riordinarmi le idee, ho fatto quello che si fa di solito prima di stendere una lista lunga e impegnativa: cercare e confrontare le liste degli altri.

E se c’è una cosa che non manca, nel mondo dei libri, sono proprio le liste.

Ci sono le liste che comprendono in generale i cento migliori romanzi in lingua inglese: le principali sono la già classica ALL-TIME 100 Novels del Time e quella, appena conclusa, compilata da Robert McCrum per il Guardian. Le liste specificamente dedicate ai romanzi americani: dalle selezioni personali, come quella di Jeff O’Neal per Book Riot (che copre il centennio 1893-1993 e comprende, oltre ai romanzi, anche alcune raccolte di racconti, come Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson) o quella di David Handlin per The American Scholar (che, tra le varie scelte incomprensibili, accoglie ben tre romanzi di Willa Cather ed esclude Il giovane Holden); alle indagini collettive, come la recente Quintessential American Fiction According to the Rest of the World di Literary Hub. E poi la critica letteraria vera e propria: il più recente e articolato studio sulla ricchissima storia del Grande Romanzo Americano è The Dream of the Great American Novel di Lawrence Buell (2014), che attraverso l’esame di vari “candidati” tenta di dischiudere il significato più profondo assunto, nell’immaginario letterario americano, dalla ricerca costantemente insoddisfatta del Santo Graal dei romanzi.

In ognuna di queste, è ovvio, i posti migliori sono già occupati. Se si parla di Grandi Romanzi, alcuni titoli si scelgono da soli: La lettera scarlatta, Il grande Gatsby, Il giovane Holden, Le avventure di Huckleberry Finn. Moby Dick, corpo di mille balene, l’epica enciclopedica e furiosa di Melville!

Ehm… Per Melville aspetta, però: se bisogna (e bisogna) mettere qualcosa di suo, non è più significativa la surreale vicenda newyorkese di Bartleby lo scrivano?

Ma fammi il favore, lo sanno tutti che il vero Melville è il suo semi-autobiografico romanzo di formazione Redburn.

Ok, problema n. 1: è vero che molti nomi ricorrono in tutte le liste, ma quasi nessuna coincide con le altre sul titolo scelto per ognuno. Faulkner, per esempio: Luce d’agosto o Assalonne, Assalonne!? DeLillo non può mancare, ma tra Rumore bianco e Underworld non è così facile decidersi. O ancora, Bellow: Augie March o Herzog? Nell’introduzione alla sua selezione, McCrum nota che non sempre il romanzo più famoso di un autore è anche il suo più significativo, e senz’altro ha ragione, se pensiamo che Paul Bowles non ha scritto solo Il tè nel deserto, ma anche un libro come Lascia che accada.

Dal lato opposto c’è il problema n. 2: avrebbe senso isolare un solo romanzo da un ciclo di opere che, nella loro integrità, sviluppano un unico discorso coerente e continuo, come la trilogia U.S.A. di John Dos Passos o la tetralogia di Coniglio di Updike? E soprattutto il n. 3: se il criterio di base è il potenziale rivoluzionario dei romanzi scelti (un fattore che di solito ha bisogno di tempo per “maturare”), quanto avanti è lecito spingersi, nel tempo, per la selezione? Fino, diciamo, al 2000? Ma così taglieremmo via Franzen o Junot Díaz.

Insomma, un bel casino. Così mi sono dato io le mie regole. Che sono poche, ma essenziali.

La prima si scrive da sola, e riguarda la natura dei titoli da selezionare. L’idea di scegliere i cento Grandi Romanzi Americani taglia automaticamente fuori tutto ciò che romanzo non è: uno su tutti, Raymond Carver. In altri casi, le assenze potranno dipendere dal fatto che un certo autore, pur avendo scritto anche romanzi, ha dato un contributo più efficace in altri campi: per quanto potente sia la narrativa di William T. Vollmann, non c’è gara tra Europe Central e Rising Up And Rising Down, i sette volumi sulla violenza che rappresentano il vero centro della sua opera. Questo vuol dire non ci sarà A sangue freddo di Capote? Chi vivrà vedrà.

Per ognuno dei titoli selezionati, poi, la caratteristica principale dovrà essere la sua extra-ordinarietà storica e culturale: la scossa sismica che la comparsa di un certo romanzo è stata in grado di assestare al panorama letterario contemporaneo, la carica innovativa, la forza nell’aprire una via completamente nuova per raccontare e discutere la realtà. La capacità, in poche parole, di renderci consapevoli che c’era una lacuna, nella nostra cultura e nel nostro modo di leggere il mondo, prima che arrivasse quel certo romanzo a colmarla.

Infine, la lista non sarà solo una lista. Le liste pure e semplici non servono a niente, se non aiutano a capire perché certe cose sono state incluse e certe altre invece escluse; non servono a niente se non stimolano il dibattito, se non mettono in discussione se stesse e le opinioni di chi le compila e di chi le legge. Perciò, ogni titolo incluso nella lista verrà discusso in un post a parte. A cominciare dalla settimana prossima, quando daremo il calcio d’inizio con Il giovane Holden di J.D. Salinger. E chi altri potrebbe fare gli onori di casa qui dentro?

Ultima cosa: se ci avete fatto caso, parlando della compilazione della lista ho usato sempre i verbi al futuro. Questo perché, in effetti, la lista stessa è ancora un work-in-progress; sentitevi liberi di scrivermi (alla mail del sito, nei commenti, sulle pagine social) per propormi i titoli che secondo voi non dovrebbero mancare mai nella vita, criticare i miei, insultarmi, insomma tutto quello che fate di solito. Quello che mi interessa non è istituire un canone (dal basso della mia pochezza sarebbe piuttosto patetico); anche se la domanda a cui vorrei provare a rispondere è proprio quella alla base del Canone per eccellenza, il Canone occidentale di Harold Bloom, che apre i lavori chiedendosi:

che cosa dovrà tentare di leggere, in questo tardo momento storico, l’individuo che ancora desideri leggere?

Ecco, è proprio quello che mi sono chiesto anch’io. Se volete, potete aiutarmi a rispondere.

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