# 1: J.D. Salinger, Il giovane Holden (1951)

Questo post inaugura la serie della Holden’s List, cioè i 100 Grandi Romanzi Americani secondo me. Se vi siete persi il post introduttivo, lo trovate qui.

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catcher

Ci sono un sacco di persone che non possono soffrire Il giovane Holden. E ci sono un sacco di ragioni che, se siete una di quelle persone, potete sciorinare per rispondere alla domanda: “Ah, e come mai non ti è piaciuto?”.

Be’, non mi è piaciuto perché è un romanzetto divertente ma dimenticabile. Un romanzetto da ragazzini, ecco. A darmi sui nervi è soprattutto quell’aria scocciata e trombona da ragazzino ricco alle prese con Problemi-Da-Primo-Mondo tipo “Oddio, chissà dove vanno le anatre d’inverno quando il lago di Central Park si ghiaccia!” o “Nei bar non mi danno alcolici perché sono un maledetto minorenne”. Non si regge, ce l’ha su con il mondo, sembra che nessuno capisca niente tranne lui, del resto ha sedici anni e i sedicenni sanno sempre tutto. E poi la “ribellione giovanile”, certo, come no. Come se ci fosse davvero, questa famosa ribellione giovanile. Ma se tutto si riduce a lui che va in giro per New York sotto Natale sputando sentenze e ubriacandosi e fumando come un turco perché l’hanno cacciato dall’ennesima privilegiata scuola privata, e poi quando finisce i soldi corre dalla sorellina che lo convince a tornare a casa e darsi una regolata! E sarebbe questa la ribellione? Andiamo, è un libro phony come le persone con cui ce l’ha tanto su. E ci siete cascati tutti. E poi è scritto in un modo, dai; a scrivere un libro così ero capace anch’io.

Visto? È così semplice. Per inciso, la stessa cosa riesce altrettanto bene con qualsiasi altro grande titolo vi venga in mente. Vi svelo un segreto: avere la meglio in una discussione sulla letteratura è facilissimo, basta non aver letto il libro di cui si parla, non averlo capito o non aver voglia di cambiare idea. E se vi ritrovate in qualcuna di quelle argomentazioni, temo che i casi siano appunto tre: o non avete letto Il giovane Holden, o non l’avete capito o non avete mai pensato davvero a cosa avevate appena finito di leggere.

Perché Il giovane Holden non è solo un grande romanzo (e lo è oggettivamente, cioè a prescindere dalle opinioni), ma è soprattutto uno snodo cruciale nell’evoluzione della letteratura americana in generale. Il motivo per cui è così facile ingannarsi sull’interpretazione della storia è che il modo in cui Holden la racconta, la voce che Salinger inventa per farlo parlare, le cose che gli capitano, i personaggi di corredo e tutto il resto sono nel complesso così dannatamente divertenti da riuscire a nascondere sotto la superficie del testo il fatto ineludibile che Il giovane Holden è in realtà uno dei libri più brutali pubblicati in America dopo la fine della guerra (e scritto, non a caso, quando la guerra era tutt’altro che finita).

Proprio la guerra è il primo elefante nella stanza. Al suo primo e più immediato livello di lettura, la storia di Holden Caulfield è chiaramente il racconto di formazione di un sedicenne ribelle e angosciato alla ricerca di una condivisione emotiva autentica in una società di ipocriti. Il vanesio Stradlater che sbadiglia quando ti chiede un favore, il brufoloso Ackley che tocca tutte le tue cose, l’odioso Carl Luce, un pallone gonfiato con “un vocabolario di prim’ordine”: tante facce diverse per la stessa, irrimediabile autoreferenzialità di una società interessata solo a se stessa. Ma non è tutto qui.

Oggi sappiamo che a un livello più profondo il romanzo rappresenta, anche o soprattutto, il più organico tentativo compiuto da Salinger di raccontare il ritorno della guerra. La storia di Holden traspone nello smarrimento alienato di un sedicenne allo sbando le difficoltà incontrate dai reduci della Seconda guerra mondiale a riadattarsi alle convenzioni e consuetudini sociali di un mondo che ormai non riescono più a comprendere (le stesse peripezie di Holden tra prostitute, locali notturni e bar ricordano un po’ gli svaghi dei soldati in licenza). Un mondo di falsi valori e facciate posticce il cui tratto più immediato è l’abisso incolmabile che separa gli apocalittici (adolescenti allo sbando, reduci di guerra) dagli integrati. E non importa quanto autenticamente americani siano quei valori. La passione per le macchine nuove, gli universitari spocchiosi dell’Ivy League chiusi nelle loro “piccole sporche maledette cricche”, gli attori, il teatro e il cinema, Hollywood, i turisti che visitano New York per andare a vedere Radio City. Tutti che si ostinano a vivere come se niente fosse, come se il mondo non fosse appena andato in pezzi sotto i loro piedi. Quando Holden pensa a loro, a quanto siano tutti phony, gli viene sempre in mente Allie.

Allie è il secondo elefante nella stanza. Il fratellino minore di Holden, morto tre anni prima di leucemia, che scriveva poesie sul suo guantone da catcher per avere qualcosa da leggere nelle pause tra un lancio e l’altro, ascoltava tutti e non si arrabbiava mai con nessuno. Holden ricorda che, la notte in cui Allie è morto, lui ha dormito in garage e spaccato tutte le finestre a pugni. “Così, tanto per farlo”. Tre anni dopo Holden non si è ancora ripreso; tutto, nei suoi comportamenti e reazioni, nella sua follia e nella sua rabbia, tradisce la difficoltà di venire a patti con il passato, per poter ricominciare a vivere malgrado tutto. L’assenza di Allie scatena in lui quell’immensa sensazione di solitudine che, sotto gli strati di fumo e alcol e goddam, costituisce la vera chiave del suo personaggio. Una solitudine sconfinata alla deriva in un mondo incomprensibile.

Ecco perché quella di Holden non è proprio una storia di ribellione. È una storia di fuga. Ciò che Holden sogna davvero di fare per placare la sua rabbia non è cambiare il mondo, ma lasciarselo alle spalle. Raggiungere una dimensione di atarassia purissima e completa, trovare lavoro come benzinaio e fingersi sordo-muto, rintanarsi in Vermont a tagliare la legna. Chiudere i conti con una società in cui non si riconosce e bastare a se stesso, in una forma totalizzante di rifiuto che costituisce la negazione stessa di ogni elaborazione del lutto. In questo senso, Il giovane Holden non è nemmeno una specie di storia vintage della Vecchia New York anni Quaranta e Cinquanta, con i suoi locali da ballo, gli alberghetti malfamati, i lussuosi appartamenti di Manhattan, il Museo di Storia Naturale e i laghetti di Central Park. Così fuori luogo a girare per Manhattan con in testa un berretto rosso da cacciatore, Holden Caulfield è il ritratto spietato e potenzialmente universale dell’adolescenza americana postbellica. Una generazione che ha smarrito se stessa in un mondo collassato e non riesce più a ritrovare il proprio posto nelle forme consuete di un’esistenza civile svuotata di qualsiasi significato.

E qui arriviamo al punto in cui davvero Il giovane Holden ci si presenta oggi come uno snodo letterario cruciale. Se Holden non fosse mai esistito, potremmo tranquillamente continuare a ripetere con Hemingway che tutta la letteratura americana nasce da Le avventure di Huckleberry Finn di Twain. Un romanzo con cui la storia di Holden non a caso condivide parecchie analogie, non solo a livello superficiale (l’incipit e la conclusione), ma soprattutto nell’angoscia esistenziale che fa da forza motrice delle avventure dei due protagonisti, con la loro dichiarazione di guerra alle derive ipocrite della civilizzazione. In questo senso anche Holden nasce da Huck Finn; al tempo stesso, però, fa un passo avanti. Con il suo unico romanzo, Salinger introduce nella traiettoria potenzialmente lineare della genealogia suggerita da Hemingway una variabile impazzita che ne modifica in modo imprevedibile il corso e il significato. Quella variabile è proprio l’esperienza della guerra: una frattura che sembra destinata a non potersi mai davvero ricomporre e che porta con sé l’impossibilità di vivere e scrivere la realtà come lo si era sempre fatto prima.

Quella di Huckleberry Finn è una storia tutto sommato ottimista: per Huck la contrapposizione tra le sue peripezie e l’ordine costituito della società si risolve con la prospettiva vitalistica di nuove avventure per sfuggire ancora una volta all’imposizione del conformismo (rappresentato dall’obbligo di andare a scuola). Per Holden le cose sono più complicate: il suo smarrimento esistenziale rischia di sfociare nell’auto-annullamento. Letteralmente. In ben due occasioni – quando sta per lasciare Pencey e quando decide che non tornerà più a scuola – Holden prova la straniante sensazione di svanire nel nulla ogni volta che attraversa la strada:

… tutt’a un tratto, cominciò a succedermi una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall’altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente.

Nella generale incertezza di tutto in cui si muove, Holden Caulfield aumenta esponenzialmente il livello di entropia dello smarrimento di Huckleberry Finn e apre la strada a quella deriva totale nella lettura della realtà, alla dissoluzione dell’identità individuale che, per citarne solo uno, trent’anni dopo costituirà il nucleo di Meno di zero di Bret Easton Ellis: un romanzo che racconta, guarda caso, la storia di un ragazzo che torna a casa per Natale e, in un crescendo di alienazione collettiva, prova un istintivo e inspiegabile terrore per un cartellone pubblicitario che dice solo “Sparire Qui”.

Anche se non è del tutto vero che Il giovane Holden fa solo domande senza dare risposte. In effetti una speranza di sfuggire all’annullamento c’è; spesso passa inosservata perché Salinger la mette in bocca a un personaggio non proprio limpido come il professor Antolini, in una delle ultime tappe del viaggio di Holden. Tocca proprio ad Antolini, in un discorso alcolico un po’ farneticante un po’ profetico, spiegare a Holden l’unico modo possibile per salvare se stesso e gli altri. L’unico modo per diventare davvero “l’acchiappatore nella segale” (the catcher in the rye):

… scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.

Le citazioni sono prese dalla traduzione de Il giovane Holden di Adriana Motti.

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